MedicoNADiR - Missione socio-sanitaria a Mivo (Dispensario) - 3

Il dispensario di Mivo

Il dispensario che serve a tutt'oggi la gente della collina di Mivo è una struttura fatiscente, inadeguata alla proposizione delle cure necessarie. Venne costruito una trentina di anni fa e ai tempi era sicuramente adatto ed appropriato, ma il tempo, la gestione, l'afflusso incontrollabile di pazienti, la mancanza di fondi per tentare almeno una sorta di ristrutturazione e/o di pulizia, hanno trasformato un ambiente sanitario in una sorta di insieme di baracche sporche e sovraffollate senza alcuna dotazione medica in sintonia con le reali necessità degli usufruitori.

Alcuni infermieri del dispensario
Impegnati nella distribuzione dei farmaci

 

Il personale, pur dandosi un gran daffare, è esclusivamente infermieristico (non che gli infermieri soprattutto in Africa non sappiano affrontare i problemi sanitari tante volte meglio dei medici), però la mancanza dei medici e delle apparecchiature di base si sente e tutto diventa molto difficile da affrontare e da gestire.

Per tentare di sopperire alle gravi carenze economiche chi gestisce il dispensario si dà da fare allevando animali, ma … recinti di maiali, conigli e capre attaccati ai “reparti di degenza” non credo che possano apportare troppi benefici sia a chi è ricoverato, sia a chi deve curare e le persone, e provvedere alla pulizia.

Si dice che in un paese come il Burundi non serve costruire ospedali veri, bastano i dispensari: in fondo in Africa occorre ben poco per curare la gente! Io dissento dal profondo del cuore: in Africa occorre molto di più che nel mondo ricco per riuscire ad affrontare almeno in maniera sufficiente il problema sanitario! È anche vero che dove non c'è niente, anche il poco sembra tanto, ma non credo che questo possa agire da giustificazione.

Ho visto materiale sanitario inviato dall'Italia oramai scaduto da anni, ho visto container pieni di “donazioni” paragonabili allo smaltimento dei rifiuti … del resto questo è un nostro grosso problema, quello di smaltire i rifiuti, forse l'Africa può aiutarci! Ma quando riusciremo a capire, noi … ricchi, colti, saccenti e colonialisti “buzungu” ( bianchi ) che l'Africa è un continente dignitoso abitato da esseri umani con necessità sovrapponibili alle nostre (forse un po' più umane e sane per parecchi aspetti) ? Che non è il nostro immondezzaio ? che non abbiamo a che fare con un popolo di deficienti, solo perché analfabeti (io ho riscontrato un'enorme capacità ideativa ed intellettiva in quella gente, capacità verisimilmente sviluppata dalle necessità che ogni giorno deve affrontare) e/o poveri di beni materiali ? che non abbiamo alcun diritto di spadroneggiare su quelle terre come se chi le possiede e le abita fosse un'ospite a volte anche un po' inadeguato ? che la dobbiamo smettere di rubare fingendo di prendere ciò che di diritto ci appartiene ?

Quando impareremo noi “civili” il significato del rispetto della dignità altrui ? il valore della diversità ? l'umiltà dell'ascolto ?

Quando svilupperemo l'umiltà di imparare, ascoltare lasciando da parte quella saccenza arrogante e presuntuosa che ci accompagna in ogni dove e che riesce a creare solo disordine e distruzione ovunque agisca ?

In alcuni momenti mi sono davvero vergognata di appartenere al cosiddetto 1° mondo!

Ritornando al dispensario operante a Mivo, devo ammettere, pur con tutto il rispetto per chi ci lavora e per chi ai tempi lo costruì, che è giunto il momento di rinnovarsi, di avvalersi dell'ospedale in costruzione e magari utilizzarlo per scopi più adeguati alla struttura stessa. Nessuna competizione , come purtroppo ho percepito nei primi giorni del mio soggiorno, solo collaborazione e compartecipazione … questo dovrebbe essere!

Vorrei fare comprendere che la costruzione di un ospedale adeguato non può togliere prestigio e potere a ciò che sinora ha fatto il suo dovere al meglio delle possibilità, solamente che il comprendere le reali necessità ed avvalersi di cambiamenti migliorativi altro non può che aumentare la dignità sia di chi lo gestisce, sia di chi ci lavora e di tutta la popolazione che ne usufruisce!

Suggerirei di dare un aiuto economico tale da potere trasformare quella fatiscente costruzione in un luogo ove dignitosamente e nel rispetto dell'essere umano magari si possa fare formazione, cultura, aggregazione.

Potrebbe addirittura diventare un complesso operativo coadiuvante l'attività dell'ospedale in costruzione, quindi nessuna rivalità, ma aggregazione, perché solamente quella può davvero creare.

La Messa della domenica

L'aggregazione

L'unico momento di aggregazione per la gente della collina è rappresentato dalla Messa della domenica dove da un lato le persone si possono incontrare (ricordiamo sempre il discorso della difficoltà di spostamenti) in quanto motivate dal giorno festivo e dal forte spirito cristiano che spinge la più parte ad affrontare anche lunghi percorsi a piedi pur di assistere alla cerimonia; dall'altro al passaggio di informazioni relative all'andamento della comunità (non ci sono televisioni o radioline che trasmettono le notizie e nessuno sa niente se non per passaparola).

Durante la Messa che dura più di 2 ore, vengono comunicate le necessità della popolazione, le sciagure e/o le buone notizie, inoltre si percepisce il valore dell'appartenere ad una grande comunità, si chiacchiera, si prega insieme, si spera insieme, si canta, si balla e la domenica diventa davvero una festa … Ogni domenica è un giorno di grande festa, come noi non possiamo nemmeno immaginare!

La gente accantona gli stracci che fungono da indumenti che usualmente utilizza nel corso della settimana e si veste a festa: colori vivaci, qualche piede coperto da scarpe, visi puliti proposti con la dignità che solo i principi del nostro immaginario fanciullesco possono e sanno dimostrare!

Se si fa tanto di entrare in quella enorme Chiesa al solo vedere quella folla colorata che si stringe nelle scomode panche di legno, al solo percepire il primo suono proveniente da un vecchio tamburo o da un ammortizzatore di automobile che funge da “triangolo” , si percepisce il senso di appartenenza alla comunità. Non è possibile non percepire la presenza di Dio, non è possibile non pregare, non è possibile non cercare di partecipare almeno con un battito di mani al ritmo del tamburo. Non ci si sente ospiti, nessuno ti lascia spazio intorno, se sei lì, sei parte e quindi ti stringi su quelle panche e fluttui al ritmo della musica sacra e preghi anche se non capisci il kirundi (ma Dio non ha una lingua, è universale e come per magia diventa facile seguire la funzione).

 

 

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