Eventi : "non muri, ma ponti" - diritti umani e percorsi di pace in Palestina

giovedì 26 gennaio 2012 - ore 21:00

Aula 1 - Facoltà Scienze della Formazione - entrata Via del Guasto

intervengono

Alicia Vacas
missionaria comboniana e infermiera a Betania-Gerusalemme Est
Jeremy Milgrom
rabbino, pioniere nel dialogo interreligioso con palestinesi musulmani e cristiani.
Co-fondatore delle associazioni "Rabbini per i Diritti Umani" e "Religiosi per la Pace"

introduce
Angelo Stefanini

Università di Bologna, medico in Africa per 12 anni, già rappresentante dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per il Territorio Palestinese Occupato.

a cura del Centro Studi "G.Donati"

in collaborazione con
la Facoltà di Scienze della Formazione,
EMI,
Ass.ne Medica NADiR
con il contributo dell’Alma Mater Studiorum - Università di Bologn
a
 
 
Ci ha scritto sr. ALICIA VACAS, missionaria comboniana:

Il documento “Kairos Palestina” rifiuta apertamente le giustificazioni israeliane di operare per “legittima difesa”, sostenendo senza ambiguità che, se non ci fosse alla base una situazione di occupazione permanente “non ci sarebbe né resistenza, né paura, né insicurezza”. In modo particolare, il documento condanna e rifiuta ogni uso della Bibbia per legittimare opzioni politiche basate sull’ingiustizia e per sostenere posizioni violente.

Denunciando fermamente che l’occupazione di terra palestinese è un peccato contro Dio e contro l’umanità, sostiene e promuove i segni di speranza che emergono un po’ ovunque, come i centri locali di studi teologici e i numerosi incontri di dialogo interreligioso, riconoscendo la forza di questi gesti nel sostenere la speranza e la resistenza pacifica contro l’occupazione, che considerano un diritto e un dovere per gli abitanti della regione, in quanto hanno la potenzialità di affrettare i tempi della riconciliazione.

È proprio nell’affrontare il tema della riconciliazione che il documento diventa particolarmente intenso e sfidante. Soffermandosi sui propri errori, si afferma che questo è il momento (“kairos”, appunto) del pentimento e della richiesta di perdono per le azioni passate: per avere fomentato l’odio, che genera violenza, come strumenti per la resistenza, come per l’indifferenza delle chiese di fronte a queste tragedie, talvolta nascoste dietro posizioni teologiche devianti. Proprio in virtù di questo spirito di riconciliazione, il gruppo fa un appello alla comunità internazionale e a tutti i palestinesi, perchè restino saldi in questo tempo di prova: “Venite e vedete, permetteteci di mostrarvi la verità della realtà che viviamo!”, è il loro invito. 

 www.kairospalestine.ps

Suor Alicia Vacas

 

lunedì 1 febbraio 2010

di Ilaria Pedrali - tratto da Frammenti vocali in MO: Israele e Palestina

Jeremy Milgrom è un rabbino nato negli Usa. Ha studiato al seminario teologico ebraico di New York e si è trasferito in Israele nel 1968. Gran parte della sua vita l'ha dedicata all'impegno per i diritti umani e la pace in Medio Oriente. Nel 1988 è stato membro fondatore del movimento Rabbini per i diritti umani. Pioniere nel dialogo interreligioso con palestinesi musulmani e cristiani, ha fondato, insieme al reverendo anglicano palestinese Shehadeh Shehadeh, l'associazione Religiosi per la pace. Veterano dell'esercito israeliano, ha ottenuto di essere esonerato dagli obblighi di riservista dopo otto anni di battaglie legali. Nei giorni scorsi lo abbiamo incontrato a Milano.

Rabbino Jeremy, lei è americano. Perché a un certo punto della sua vita ha deciso di trasferirsi in Israele?
Sono nato negli Stati Uniti e a 15 anni la mia famiglia, che da sempre aveva una lunga tradizione nello studio della Bibbia, mi regalò un viaggio in Israele per approfondire i miei studi biblici. Volli inseguire il sogno della Terra Promessa. A 18 anni tutti i miei compagni si arruolarono nell'esercito, e così anche io sentii il forte bisogno di arruolarmi, considerandolo come un atto dovuto nei confronti dei miei compagni e della patria che mi aveva adottato. Ho creduto fosse mio dovere farlo. Non riuscivo a capacitarm di come non si potesse amare il mio Paese

Nel 1971 sono entrato nell'esercito e ho fatto il militare. Se ci ripenso mi sembra così stupido: fu un periodo di estremo isolamento e di solitudine. Con la guerra del Kippur, nel 1973, molti dei miei amici furono uccisi. Ebbi molta paura, ma nonostante questo ritenevo giusto e necessario combattere per avere un futuro di pace. Per tre anni ho fatto il militare e per altri 16 il riservista dell'esercito, ma iniziavo a provare una sorta di empatia per i genitori di chi veniva ucciso dall'altra parte. Oggi sono definitivamente uscito dall'esercito. Sono padre e nonno e da israeliano so che anche i miei nipoti diventeranno dei soldati. Non hanno scelta.Sono stato tra i fondatori dell'associazione Rabbi for human rights, nel 1988, e ho lavorato con i beduini. Oggi, però, ho preso le distanze da questa associazione perché è diventata troppo conservatrice, anche dietro le influenze di Ehud Barak e Nethanyau. In generale l'opinione pubblica israeliana è diventata molto conservatrice, io invece mi sento più radicale, sono sionista solo in una minima parte di me stesso, sono molto lontano e distante da questa forma di sionismo che permea la società israeliana.

Lei oggi vive in Germania. Perché se ne è andato da Israele e che cosa può fare l'Europa per la pace in Medio Oriente?

Quando lasciai definitivamente gli Stati Uniti il motivo principale era legato al coinvolgimento nella guerra del Vietnam: non potevo accettare di vivere in un Paese che negava i diritti alle persone di colore. Pensavo che in Israele tutto questo non ci fosse, che fosse stato superato. Invece purtroppo non è così. Per anni ho preso parte attiva alla vita pubblica israeliana, come rabbino, come insegnante, e pensavo che il mio lavoro, con la mia testimonianza nella vita di ogni giorno potessi contribuire a uno Stato democratico. Mi resi conto però che in quello che io pensavo fosse il Paese migliore al mondo, quello che sentivo il mio Paese, si stava sviluppando una coscienza in cui la violenza superava ogni aspettativa, dove c'erano enormi, troppe, differenze e disparità di ricchezze tra chi è ebreo e chi non lo è. Insomma, quello che avevo cercato di evitare, andandomene dagli Stati Uniti, lo stavo riscontrando in Israele. Ci soffrii molto, per me fu una grande ferita, e iniziai ad avere dubbi sullo Stato ebraico. La mia sofferenza però era duplice perché mi sentivo combattuto tra questi sentimenti di rabbia verso quello che vedevo accadere e l'amore che provavo per Israele, che era diventato a tutti gli effetti la mia patria. Lo stesso motivo per cui ho lasciato gli Stati Uniti mi ha portato a lasciare anche Israele per l'Europa. Spero tanto nell'attivismo dell'Europa nei confronti della questione israelo-palestinese. L'Europa da sempre è sensibile al problema. Oggi, poi, c'è una forte presenza musulmana in Europa. Spero che questo contribuisca a svegliare le coscienze. Mi auguro che l'Europa faccia di più per il Medio Oriente, in modo particolare per fermare l'embargo a Gaza. La Striscia ha bisogno di rinascere, deve essere ricostruita. Non c'è più tempo da perdere, prima che sia troppo tardi

.Secondo lei è più probabile una soluzione al problema israelo-palestinese con la formula due Stati per due popoli o con la creazione di uno stato binazionale?

Non vedo una soluzione a breve termine al problema, né in un senso né nell'altro. Innanzitutto perché uno dei perni del problema è la questione dei rifugiati. Finchè non si risolverà questo problema non si potrà affrontare la questione di uno Stato palestinese. Se Israele non rinuncerà all'ossessione di avere una maggioranza ebraica nel Paese sarà molto difficile un'intesa. E finchè l'opinione pubblica generale, anche fuori da Israele, si riconosce in questo tipo di sionismo sarà difficile qualsiasi tipo di colloquio.

Se lei fosse un palestinese, riuscirebbe a riconoscere Israele come Stato?
Sono molto triste e ferito da quel che fa Israele: penso che la storia del popolo israeliano sia differente. Malgrado lo Stato sia stato creato in maniera ingiusta e con la frode, togliendo la terra a un popolo, non si può pensare che questo Stato finisca. Non sono uno stratega, mi sento più un sognatore. Per vivere insieme penso che siano anche i palestinesi a dover dare una risposta di non violenza, solo così si potrà ottenere la coesistenza. Bisogna attingere dalla propria spiritualità per reagire con la non violenza e tralasciare di attingere dal proprio istinto che porta ad agire con violenza.

Jeremy Milgrom e i sogni di un rabbino

Rabbini per Gaza, chi sono costoro? di Anna Momigiano

Rabbis for Human Rights: witchhunt endangers the state of Israel

 
Pubblicato da – 23 dicembre 2010

 

di Angelo Stefanini

 

L’asimmetrico conflitto israelo-palestinese è una lotta per la terra che si consuma metro dopo metro, casa dopo casa, a danno della popolazione palestinese autoctona in patente violazione dei Trattati internazionali e della Convenzione di Ginevra.


 

Art 53, IV Convenzione di Ginevra (1949)

“È proibita da parte della Potenza Occupante qualsiasi distruzione di beni immobili o personali appartenenti, a titolo individuale o collettivo, a persone private o allo Stato o ad altre autorità pubbliche o a organizzazioni sociali o cooperative, eccetto laddove tale distruzione sia resa assolutamente necessaria da operazioni militari.”

Il 9 novembre il quotidiano israeliano Haaretz riportava che, nonostante il rimprovero della Casabianca per la ininterrotta costruzione di abitazioni illegali sul territorio palestinese occupato (TPO), il piano israeliano di edificazione di centinaia di nuovi alloggi a Gerusalemme Est proseguiva imperterrito[1]. Contemporaneamente, in quegli stessi giorni, continuavano gli ordini di demolizione di case e di sfratto di famiglie palestinesi nella parte araba della città[2].

L’ICHAD (Comitato Israeliano Contro la Demolizione delle Case) stima che, dal 1967 al 28 luglio 2010, nel TPO siano state demolite 24.813 strutture abitative palestinesi, 2.000 soltanto a Gerusalemme Est. Dall’anno 2000 al gennaio 2009 sono state abbattute 10.105 case, una media di 1.011 all’anno. Il numero di ordini di demolizione ancora da eseguire e’ a tutt’oggi pari a circa 20.000[3].

Le autorità israeliane giustificano la demolizione di case con ragioni o militari (deterrenza e anti-terrorismo) o amministrative per la mancanza di permessi o la violazione di norme abitative. Secondo molte organizzazioni, come Amnesty International e il Comitato Internazionale della Croce Rossa, questi interventi hanno invece due principali motivazioni:

  1. infliggere una “punizione collettiva” alla popolazione innocente (comportamento considerato un crimine di guerra dalla 4° Convenzione di Ginevra);
  2. appropriarsi di territorio palestinese e, a Gerusalemme Est, modificare la percentuale della popolazione residente a favore della componente ebraica. Il primo tipo di demolizioni avviene soprattutto durante i periodi di conflitto armato; il secondo tipo, più importante in termini numerici e per il suo significato politico, si sta protraendo da decenni con un picco di particolare frequenza in questi ultimi mesi.

L’autorità israeliana persegue come illegali le costruzioni effettuate senza autorizzazione per le quali in genere fa seguire l’ordine di abbattimento. I palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana a Gerusalemme Est e nell’area C della Cisgiordania sono sottoposti a divieti di edificazione talmente rigidi che molte famiglie devono subire la violenza distruttiva delle ruspe e la privazione del diritto ad una casa.

Gli Accordi di Oslo (1993) prevedevano che Israele mantenesse per alcuni anni il controllo civile e militare della cosiddetta Area C, equivalente a più del 60% della Cisgiordania. I circa 150.000 palestinesi che vivono in quelle zone soffrono di notevoli restrizioni a costruire e a muoversi liberamente. Migliaia di ettari (il 18% della Cisgiordania), in particolare la Valle del Giordano e le colline a sud di Hebron, sono classificati come “area militare inaccessibile” dove è vietato edificare.

A Gerusalemme Est, area della città occupata nel 1967 e annessa illegalmente nel 1980, Israele ha espropriato il 35% del territorio, circa 24 Kmq, allo scopo di costruire nuovi insediamenti ebraici. Su queste terre il governo israeliano ha finanziato l’edificazione di quasi 50 mila unità residenziali per la popolazione ebraica e meno di 600 per quella palestinese, l’ultima delle quali più di 30 anni fa[4]. Nonostante la popolazione palestinese rappresenti il 30% dell’intera Gerusalemme, essa è confinata sul 7% della superficie della città in abitazioni il più delle volte inadeguate. La maggior parte della terra che rimane nelle mani dei palestinesi, circa 45 Kmq, non è edificabile mentre negli ultimi 40 anni i residenti di Gerusalemme Est sono praticamente quadruplicati (da 69.000 a 273.000). Si stima che la crescita naturale della popolazione palestinese richiederebbe la costruzione di 1.500 unità abitative all’anno, mentre nel 2008 sono stati accordati soltanto 125 permessi che hanno consentito la costruzione di 400 alloggi.

A causa della crescente e soffocante densità abitativa nella parte palestinese della città, che nel 2002 era pari a quattro volte quella della zona ebraica occidentale, per i pochi palestinesi che ancora possiedono un pezzo di terra non rimane che sperare nella remota possibilità di un permesso di costruzione. Quando questo, come nella maggior parte dei casi, non arriva, non rimane che costruire abusivamente.

I palestinesi di Gerusalemme Est sono estremamente vulnerabili agli interventi di demolizione. Delle 46 mila abitazioni del settore orientale della città soltanto 20 mila sono state costruite con la dovuta autorizzazione. In qualsiasi momento, quindi, quasi la metà della popolazione palestinese di Gerusalemme può essere soggetta a sfratto o alla demolizione della propria casa. Il recente Piano regolatore[5], che cita esplicitamente tra i suoi obiettivi quello di mantenere l’”equilibrio demografico” tra residenti ebrei (70%) e palestinesi (30%), prevede 13.550 nuove unità abitative per la popolazione palestinese di Gerusalemme Est, 10 mila delle quali, tuttavia, da costruire soltanto nel 2030.

All’inizio degli anni 90, l’allora sindaco di Gerusalemme, Teddy Kollek, aveva riconosciuto esplicitamente la profonda ingiustizia delle demolizioni per una popolazione costretta a costruire illegalmente per l’assenza quasi totale delle dovute autorizzazioni. Contro la sua volontà di modificare le cose, tuttavia, la destra israeliana al governo aveva istituito un’apposita unità operativa a Gerusalemme Est, tuttora in funzione, che si occupa soltanto delle case abusive della popolazione palestinese. Nessun’altra unità del genere esiste in tutto Israele e nessuna abitazione di proprietà ebraica è mai stata demolita.

Quando arrivano le ruspe, la tragedia raggiunge il culmine. Accompagnate da agenti di polizia e soldati israeliani, le squadre di demolizione possono presentarsi in qualsiasi momento del giorno e della notte, concedendo soltanto un breve preavviso per rimuovere beni e masserizie. Secondo la legge militare israeliana, le famiglie sfollate non hanno diritto a ottenere un alloggio né a essere compensate. Se non vengono ospitate da familiari, amici o organizzazioni caritatevoli, sono abbandonate a se stesse[6].

È difficile quantificare il trauma e la sofferenza che comporta la distruzione della propria abitazione. La casa è più di una semplice struttura fisica e il suo significato è soprattutto simbolico. È il luogo dove si svolge la parte più intima dell’esistenza personale. È il rifugio, la rappresentazione fisica della famiglia e il posto dove si trovano gli oggetti più cari. Nella cultura palestinese la casa possiede un ulteriore significato. I figli che si sposano tendono a fissare la propria residenza accanto alla famiglia di origine allo scopo di preservare non soltanto la vicinanza fisica ma, soprattutto, una continuità nella proprietà della terra dei propri avi. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante per una società agricola e di rifugiati che hanno perduto la casa nativa a seguito dei conflitti del 1948 e del 1967. La demolizione dell’abitazione o la sua espropriazione rappresenta un’ulteriore aggressione all’identità di una persona[7].

Le famiglie le cui case sono demolite spesso non possono permettersene un’altra e devono contare sull’ospitalità di parenti o amici. Il trauma viene percepito in modo diverso da uomini, donne e bambini. L’uomo rimane profondamente umiliato per il senso di impotenza a proteggere la propria famiglia, la perdita dei legami con la terra dei suoi avi, la sua eredità e quella della sua gente. La maggior parte delle donne non lavorano fuori casa, la quale costituisce la loro principale sfera d’influenza ed è lo spazio che appartiene a loro. Esse sono quindi molto più traumatizzate dall’obbligo di trovare un’altra sistemazione, in un territorio altrui in cui non hanno più la responsabilità di gestire spazi e attività familiari. Vedono distrutta la propria immagine e il loro ruolo di mogli e di madri, il ruolo di chi dà praticamente espressione alla vita domestica. Una casa distrutta è come una persona cara che muore, un vuoto che non può essere colmato da soluzioni alternative che, in genere, si rivelano disastrose. Una donna costretta a sistemarsi in un’altra famiglia va ad occupare l’ambito vitale di un’altra donna (la madre o la cognata) e perde inevitabilmente il controllo su marito e figli[8]. La perdita della privacy causa spesso un aumento dei conflitti tra i membri della famiglia con un’esplosione della violenza domestica.

Salwa, 28 anni, così esprime la sua tragedia personale: “La gente potrà anche provare dispiacere quando sente il frastuono della demolizione, ma pensi che qualcuno sia capace di sentire la demolizione dei nostri cuori? dei nostri sogni? dei nostri programmi futuri? Credo che queste voci non siano mai udite. Pensi che si siano accorti della mia paura, della mia agonia, del mio orrore? Niente affatto. Paura, agonia, orrore non hanno voce, non fanno rumore, e l’occupazione militare non ha occhi, non ha moralità, non ha coscienza, non ha Dio”[9].

Nei bambini il trauma della demolizione della casa lascia un marchio indelebile che dura tutta la vita. Già nei mesi che precedono l’intervento demolitivo essi sono testimoni della paura e del senso di inadeguatezza dei propri genitori che vivono costantemente in un’atmosfera di insicurezza. All’arrivo delle squadre di demolizione, vedono i propri cari sottoposti a violenze e umiliati, circondati dal fragore delle ruspe che sradicano e distruggono la loro dimora, il loro mondo, i loro giocattoli. La presenza di decine di poliziotti, assistiti da soldati in tenuta da combattimento, disegna nella mente del bambino un quadro dei propri genitori come pericolosi criminali. Questo processo ha un enorme impatto sulle condizioni psichiche e fisiche di tutti membri della famiglia, non soltanto dei bambini.

La demolizione della casa è seguita da lunghi periodi di instabilità della famiglia. Secondo uno studio della ONG Save the Children[10], la maggior parte delle famiglie impiegano almeno due anni prima di trovare un luogo di residenza permanente.  Un’altra ricerca rivela il profondo impatto psicologico sulle donne che tendono a sviluppare sintomi depressivi di vario tipo[11]. Altri studi hanno descritto gli effetti deleteri sui bambini che si manifestano con disturbi emotivi e comportamentali[12]. Le maggiori fonti di tensione nella famiglia sono, per i bambini, la sensazione di essere abbandonati e, per i genitori, la comparsa della depressione.

Commenta Meir Margalit, storico israeliano della comunità ebraica in Palestina ed ex-sionista radicale, “Non c’è nessun dubbio: il bulldozer prende posto accanto al carro armato come simbolo del modo in cui Israele si relaziona con i palestinesi. Entrambi i simboli dovrebbero comparire sulla bandiera nazionale. Entrambi sono espressione dell’aggressione che ha preso il sopravvento dell’esperienza nazionale israeliana. L’uno completa l’altro. Entrambi simbolizzano il lato oscuro del progetto che Israele sta portando avanti di sradicare ed espellere i palestinesi dalle terre in cui si trovano”[13].

Sia sul territorio israeliano sia nel TPO, Israele è vincolato dalla legislazione internazionale inclusi quei trattati internazionali sui diritti umani di cui Israele è uno Stato firmatario (State Party), come il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione Razziale. Nel Territorio Occupato, inoltre, la condotta di Israele come potenza occupante deve conformarsi ai dettati della legislazione umanitaria internazionale che si applica in tutti i casi di occupazione militare, compresa la 4° Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra. Israele è l’unico Stato appartenente all’ONU che rifiuta di riconoscere i propri obblighi nei confronti della Convenzione di Ginevra nonostante le sconfessioni e le condanne ricevute in varie sedi dalla comunità internazionale, in particolare la Corte Internazionale di Giustizia[14].

Angelo Stefanini. Centro Studi e Ricerche sulla Salute Internazionale e
Interculturale, Universita’ di Bologna. Coordinatore Sanitario Cooperazione Italiana – Gerusalemme.

 

 

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