la nostra storia: Default in Blues - versi in rap di Marco Cinque

di Marco Cinque

Lo sai che l'altro giorno i mercati mi han chiamato
chiamato dai mercati ma non sono più tornato
che prima hanno sorriso - poi mi hanno sequestrato
e adesso è da precario che mi sono suicidato.
E quando ero già morto - la borsa un po' saliva
e quando ero sepolto - lo spread diminuiva
un cane che passava sulla lapide ha pisciato
e un topo rinsecchito il mio naso ha rosicchiato.

Persino nella bara non ci trovo punti fermi
che dentro questa terra son fottuto da quei vermi
ed anche giù all'inferno m'hanno subito cacciato
dall'ultimo girone sono già stato sfrattato.
D'un tratto dentro a un cesso - mi sono risvegliato
è stato solo un sogno - sogno di disoccupato
ma già sono tornato uno schiavo del mercato
che prima m'ha sfruttato - e dopo licenziato.

Questi governi tecnici guidati da banchieri
che in nome di equità - ci stan facendo neri
più piangono più fottono leccandosi le dita
tutelano la borsa - sputando sulla vita.
Ho dato in pegno pure 'sti quattro denti d'oro
la povera repubblica è sfondata sul lavoro
che abusa dei doveri ma dimentica i diritti
lasciando mani libere a farabutti e dritti.

Adesso mi ritrovo senza niente sulla strada
guardando le vetrine: vesti Gucci, vesti Prada
che è solo per la moda che l'Italia s'è salvata
ma un sasso fatto rabbia la vetrina l'ha spaccata.
E sasso dopo sasso è cresciuta una valanga
che dopo la vetrina adesso tocca ad una banca
la rabbia annusa bene qual'è l'aria che ora tira
volgendosi ai mercati - aggiusta la sua mira.

Chi s'accontenta gode, cinguettano i padroni
ma qui noi siamo stanchi di far sempre i coglioni
e se il capitalismo ancor non s'è fermato
lo fermeremo noi - con un colpo di stato.
Un colpo al cuore marcio di questo liberismo
per smascherare meglio il democratico fascismo
di tutti i bocconiani faremo un sol boccone
ai titoli drogati - daremo il metadone.

Del Fondo monetario faremo una latrina
delle agenzie di rating - una carneficina
non ci sarà un oppure - non ci sarà un invece
noi non ci arrenderemo al buio della specie.
E baciami giustizia - abbracciami uguaglianza
la libertà attraversa questi muri di speranza
e ritornando nudi senza patrie né frontiere
per un futuro nuovo - di rosse primavere
.

Revolution

di Marco Cinque

Presentazione

poesie a voce alta
E' possibile aspirare a una rivoluzione incruenta? O meglio, ad una ri-evoluzione dove l'essere umano riesca a disfarsi della propria disumanità? Un piccolo contributo forse potrebbe darlo una parola poetica non più relegata solamente ai confini del foglio, ai limiti della sua versione scritta, ai percorsi esclusivi dell'accademico autocompiacimento, ma tornando ad essere essa un linguaggio concreto che si realizzi e si divulghi nel vivo del tessuto sociale...
 
Sensibile alla tragedia
Marco è quello che si potrebbe definire "un intellettuale impegnato". In realtà è un poeta, sensibile e scarno che riesce a scavare nell’ingiustizia e trovare in essa lo spunto, o meglio, la motivazione per parlare non di se stesso ma degli altri. Spinto da una forza musicale interiore canta per gli ultimi. Quelli chiusi nel braccio della morte; quelli che non hanno più voce perché morti nel tentativo di cercare un’altra vita; quelli che hanno cercato una vita diversa e ne vorrebbero un’altra ancora. Parla da solo il poeta. Non è una novità. La novità è che l’altrove da se, proprio di ogni artista, trova nella sua poesia l’Altro. Quelli che la gente comune vede passare per qualche istante tra un canale e l’altro, di sfuggita durante uno zapping, o quelli del trafiletto appena accennato dal giornale così come quelli che balzano all’onore della cronaca per l’orrore di un giorno, per questo poeta diventano gli Eroi di un poema interiore. Ed urla di rabbia graffiando il foglio con la sua lirica, quasi volesse fuggire egli stesso dalle sbarre infinite che la società crea. Quasi fosse un Pettirosso. Mi inchino con ammirazione ai versi di questo poeta che sogna una rivoluzione possibile: quella degli uomini che rispettano altri uomini, quella delle coscienze risvegliate, quella pacifica della parola. E il mio inchino è un inchino orientale: di saluto e rispetto.
 
È possibile aspirare a una rivoluzione incruenta? O meglio, ad una ri-evoluzione dove l’essere umano riesca a disfarsi della propria disumanità? Un piccolo contributo forse potrebbe darlo una parola poetica non più relegata solamente ai confini del foglio, ai limiti della sua versione scritta, ai percorsi esclusivi dell’accademico autocompiacimento, ma tornando ad essere essa un linguaggio concreto che si realizzi e si divulghi nel vivo del tessuto sociale, in un lavoro di semina dove si creino processi di interazione con gli altri linguaggi artistici e della comunicazione. Una poesia, insomma, dove la parola torni alla voce, dove la voce torni al suono, il suono all’immagine e l’immagine di nuovo alla parola, in una sorta di viaggio circolare in cui il verbo sia includere e non più escludere, aprire piuttosto che chiudere, proporre invece che imporre. L’impegno quotidiano, attraverso cui abbiamo il dovere e la responsabilità di trasformare le parole in altrettante e conseguenti azioni, ci permette di guardare al senso più autentico della poesia, alla sua funzione sociale, al suo ruolo, alla sua utilità.
Nell'ambito del Laboratorio dei diritti umani, organizzato dalla Biblioteca Franco Basaglia di Roma e da Amnesty International ogni ultimo martedì del mese (dal 31 gennaio al 26 giugno 2012), si terrà il reading Poeti da morire, con letture di testimonianze e poesie dai bracci della morte statunitensi accompagnate da musiche  dal vivo realizzate con strumenti etnici provenienti da ogni parte del mondo. L'incontro, a cura di Giuseppe Lodoli (Comitato Paul Rougeau) e Marco Cinque (scrittore, musicista e attivista dei diritti umani), prevederà una introduzione dello stesso Lodoli, cui seguiranno letture drammatizzate e musicate con Marco Cinque (voce narrante e fiati etnici), Paolo Codato (voce narrante), Olga Campofreda (voce narrante), Fabio Appetito (voce narrante), Alessandra Bava (voce narrante), Pino Pecorelli (percussioni etniche) e Stefano Cinque (piano-tastiera). Aderisce alla serata il gruppo romano delle Revolutionary Poets Brigade (fondato tra gli altri da Jack Hirschman, grande poeta ed emblema della controcultura statunitense), che utilizza il linguaggio poetico per veicolare contenuti sociali come appunto quelli dei diritti civili, umani e ambientali, realizzando iniziative non all'interno dei circuiti accademici o nei salotti letterari, spesso autoreferenziali, ma nel vivo del tessuto sociale.

 

 

La nostra storia

 

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