le nostre storie: "La patria è una favola per bambini" di Marco Cinque

di Marco Cinque
20 novembre '12
 
 
C’era una volta un bellissimo pianeta chiamato Umanità.
Anche quel giorno Armando, un omone grande e grosso e la sua piccola Cecilia, passeggiavano in un bel parco, mano nella mano, dove erano soliti fare lunghe chiacchierate:
- “Papà, cos’è la patria?” esordì Cecilia.
- “Beh, piccolina, la patria è come una casa, ma un po’ più grande, dove tutti si vogliono bene” - disse Armando alla sua frugoletta – “e l’Italia è la patria degli italiani!” concluse con un moto d’orgoglio che strabordò dal suo vocione.
- “Ah, papi, l’Italia è anche la patria dei francesi?” proseguì tenace la bimbetta.
- “Ma no, ma no, stupidina; la patria dei francesi è la Francia”, replicò un poco spiazzato l’omone.
- Come tutti i bambini, però, una volta incuriositi da un argomento, anche Cecilia continuò imperterrita il suo lavoro ai fianchi: “allora la patria degli spagnoli è la Spagna, sì?”.
- “Oh, brava, vedo che adesso hai capito figliola”.
- “E la Terra papi, la Terra di chi è patria?”.
- “La Terra? ehm, dunque, fammi pensare birichina. Ah, sì, ci sono: la Terra è la patria di tutti”.
- “Sì, sì, allora voglio quella di patria papi; è la terra la nostra patria, vero?”.
- “Beh, uff, non so, mah, forse, sì, d’accordo è la Terra la nostra patria va bene? Adesso basta però, eh?”.
- “E se la Terra è la patria di tutti allora i confini non ci sono, eh? Non ci sono?”.
- “No, i confini non ci sono; ma lo sapevo che sarebbe finita così, peste che non sei altro ”.
- “Così se non ci sono i confini non esistono nemmeno gli immigrati; e nessuno può dire a un altro che è extracomunitario, vero papi?”.
- “No, niente immigrati. Finiti gli extracomunitari, stop… uffaaa”.
- “E senti papi, poi ti volevo dire di quella canzone. Quella che si canta con la mano sul cuore ma che è troppo difficile e tutti la sbagliano”.
- “Vuoi dire l’inno di Mameli?”.
- “Sì, quello, che poi pure la musica è un po’ così: siampro-ontia-llamo-rte-l’Ita-lia-chiamò, poropò poropò poropòpompoppompò”.
- “Piantala Ceci, allora dimmi quale sarebbe l’inno più adatto secondo te?”
- “C’è quella canzone che sentiamo sempre papi, quella che ci fa abbracciare strettistretti e che fa: imagin o’ pipo-ol… Quella sì che mi piacerebbe”.
- “E va bene, continua pure diavoletta, voglio proprio vedere dove arrivi”.
- “Allora, mi piacerebbe una patria senza quelli che sono primi e quelli che sono ultimi. Dove ognuno prega il dio che gli piace di più. Dove quelli che comandano, i capi, guadagnano come zio Gennaro che fa il muratore. Dove i soldati invece dei fucili e delle bombe sono armati con le zappe, trattori e tanta buona volontà. Dove…”
- “Adesso basta, per carità! Ti prego Ceci, non ne posso più! Ritorna al mondo della realtà che questi sono soltanto sogni belli. Soltanto favole, capito? Favoleeeee”.
- “Va bene papi, non t’arrabbiare, sono favole. Hai ragione tu, sono belle favole e basta. Però, se tu e la mamma, assieme a tutti gli altri genitori cominciate a raccontarle ai bambini e alle bambine come me, chissà se poi, quando saremo grandi, queste fiabe non possano diventare un po’ più vere, come la storia di Pinocchio, ricordi? Che da burattino si trasformò in un bambino. Non potrebbe succedere, papi, non potrebbe?”.
- “Sì Ceci, sì. Forse potrebbe, forse, chissà…”.