Diritti Umani: Pena di morte: "il più grande spettacolo del mondo" di Marco Cinque

23 aprile '13
“Quando c’è un’esecuzione la gente si riunisce fuori da quella che chiamiamo casa della morte e cantano: “uccideteli! Uccideteli!”. Portano cibo e da bere come se fosse una festa”, scriveva dal famigerato braccio della morte texano di Huntsville il condannato Roger Mc Gowen.
Per molti purtroppo la pena capitale rappresentava e ancora rappresenta un evento spettacolare, anzi “il più grande spettacolo del mondo”, come evidenziava provocatoriamente Charles Duff nel suo pamphlet grottesco e a tratti esilarante, il “Manuale del boia”, pubblicato per la prima volta nel 1928 ed edito in Italia da Adelphi.
Rispetto alla spettacolarizzazione della pena di morte, va ricordato che già nella Roma papale dei secoli XV-XIX, sia governanti che governati erano accomunati da una scarsa considerazione per la vita altrui e il boia ricopriva una figura rilevante nei costumi sociali di quell’epoca. Per i condannati non esisteva mai né comprensione né pietà, ma anche allora come oggi le condanne venivano condizionate dalla discriminazione sociale, economica e razziale. Su zingari, ebrei, omosessuali, schiavi moreschi e quant’altro, pesava invariabilmente la condizione di “diversi” e le già alte probabilità di condanna si aggravavano ulteriormente.
Nella sola città di Roma, durante il ventennio che intercorse tra il regno di papa Sisto V e quello di Clemente VIII, ci furono 5000 giustiziati (250 all’anno) e non esisteva strada, slargo o piazza che restò immune dal trasformarsi in teatro di morte, con tanto di pubblico acclamante. L’opera dei boia romani influenzò anche la toponomastica cittadina, tanto che persino la chiesa di S. Nicola degli Incoronati, a quei tempi, era denominata “de furca”. I patiboli capitolini divennero talmente consueti che nel XVII secolo si pensò bene di riservare le esecuzioni più clamorose al periodo di Carnevale: una macabra usanza popolare che si protrasse fino al termine del XVII secolo.
Nella storia delle esecuzioni capitali la figura del boia è stata sempre malvista. Infatti si usa dare del boia a qualcuno solo in segno di assoluto disprezzo e appellare una persona col sinonimo di “boia”, equivale a una spregevole offesa. Eppure gran parte delle persone che disprezzano disgustate i carnefici di stato sono sovente le stesse che si dichiarano favorevoli alla pena di morte, come se sporcarsi le mani con dei delitti legalizzati non fosse altrettanto grave che consentirli e talvolta persino applaudirli. Insomma, è quantomeno singolare considerare morale l’omicidio legale e immorale chi lo esegue.
 
 

 
Tornando ai giorni nostri, il “più grande spettacolo del mondo” continua in paesi come la Cina, dove spesso le esecuzioni si trasformano in eventi mediatici molto seguiti. Proprio il primo marzo di quest’anno la televisione di stato cinese ha trasmesso una lunga puntata su un’esecuzione plurima, con collegamenti in diretta che mostravano al pubblico gli ultimi istanti di vita di quattro persone condannate per traffico di droga e omicidio.
Sono terrorizzato. Voglio vivere. Non voglio morire. Ho dei figli. Ho paura…”, implorava Naw Kham, uno dei quattro prigionieri uccisi con iniezione letale. La trasmissione televisiva mostrava al pubblico, in maniera maniacalmente dettagliata, tutte le degradanti fasi inflitte ai quattro disgraziati, illustrando il loro “ultimo miglio” percorso dalle celle fino ai lettini di morte.
Dare in pasto al pubblico un corpo martoriato equivale a sfamarne la peggiore morbosità e a coltivarne la parte più bestiale.
In questa disgustosa usanza è maestra l’Arabia Saudita, attualmente al centro di proteste internazionali per il ricorso abituale alla tortura e per le tecniche di uccisione cruente come le decapitazioni e le crocifissioni. Lo scorso 13 marzo, sette persone accusate di rapina a mano armata sono state infatti decapitate ed una di esse, Sarhan bin Ahmed bin Abdullah Al Mashayekh, è stato crocifisso come pena aggiuntiva e poi lasciato appeso per tre giorni. Secondo Amnesty International almeno due dei giustiziati erano minorenni al momento del reato.
Non avevo armi mentre rubavo nel negozio, ma la polizia mi ha torturato, mi ha picchiato e ha minacciato di imprigionare e torturare mia madre, per estorcermi l’affermazione che avevo una pistola pur avendo solo 15 anni” aveva rivelato all’Associated Press Nasser al-Qahtani, che aggiunse anche come il giudice del processo avesse ignorato sistematicamente le sue denunce: “Gli mostravamo i segni della tortura e delle percosse ma lui non ci stava a sentire”.
Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International protestò: “Quando un governo mette a morte sette persone in un solo giorno, sulla base di confessioni estorte con la tortura ed esibite in un processo di poche ore nel quale gli imputati non hanno avuto assistenza legale né il diritto di ricorso in appello, questo è un giorno di sangue”. Totalmente insensibile alle proteste internazionali, appena quindici giorni dopo, il 29 marzo, il regime Saudita si è presa la vita del pakistano Mohammed Rashad Khairi Hussain, con una nuova decapitazione e successiva crocifissione.
 
Nonostante tanti Paesi abbiano abolito o siano in procinto di abolire la pena di morte, purtroppo l'incivile trattamento rimane vivo e vegeto in troppi luoghi, secondo Amnesty International nel suo rapporto sulla pena di morte nel mondo nel 2012 mettono al primo posto la Cina che ne conta a migliaia, nella terrificante statistica seguono l'Iran, la Korea del Nord e lo Yemen e gli Stati Uniti, che rimane l'unico Paese del G7 a rendere esecutiva tale condanna inumana.

 
“Almeno 1722 persone sono state condannate a morte in 58 paesi nel 2012. Siamo dinanzi ad un decremento rispetto al 2011, anno nel quale si contarono almeno 1923 condanne in 63 pesi nel mondo, e rispetto al 2010 con le sue 2024 condanne a morte in 67 paesi.
Nel 2012 Amnesty International ha registrato esecuzioni in 21 paesi, senza poter escludere le possibili, ma non confermate, possibili esecuzioni in Egitto e in Siria.
La valutazione internazionale mostra un decremento complessivo della pena di morte negli ultimi 10 anni”

 

note di approfondimento:

Condividi

 

diritti umani