Sal & Inf: scrivere per curarsi - Luisa Barbieri

"La scrittura è una lunga introspezione,
è un viaggio verso
le caverne più oscure della coscienza,
una lenta meditazione”
Isabelle Allende
7 maggio '10 - tratto da Domani
 
“Se fosse un farmaco, questo, all'apparenza, poco significativo e versatile trattamento, godrebbe di un profilo pubblico che potrebbe competere con la popolarità del Viagra. In effetti, la mancanza di una casa farmaceutica promotrice è forse parte del motivo per cui i suoi benefici sono così poco conosciuti. É più economico di qualunque farmaco: il costo di carta e penna; il trattamento miracoloso è semplicemente ciò che sto facendo adesso: scrivere.”
Jim Pollard così ci parla del valore della scrittura e io, così, vorrei poterlo diffondere "scrivendo-ne" un po'.

Nell'ambito del percorso psicoterapico spesso ci si avvale, quale vantaggiosissimo strumento clinico, della scrittura, ma nel momento stesso in cui se ne fa esplicita richiesta, il paziente rimane perplesso e con fare titubante si schernisce, a testimoniare la scarsa abilità in ambito letterario, come se la richiesta del terapeuta, più che un ausilio clinico, riguardasse un compito suscettibile di valutazione.
In realtà la scrittura terapeutica nulla ha a ché spartire con la scrittura artistica e/o giornalistica, quindi nessun vezzo, nessuna ambizione letteraria, ma utilizzo di questo strumento a comprendere, interpretare, quali premesse per iniziare e proseguire un percorso terapeutico nel quale le storie di vita sono protagoniste indiscusse. Essendo il terapeuta alleato con il narratore e disponibile al dialogo, ha, tra le varie, la funzione di individuare legami fra fatti descritti ed eventi, oltre che quella di rispondere alla richiesta di aiuto clinico attraverso l'ascolto di chi intende raccontarsi, descriversi e, a rinforzo, scriver-si.
Scrivere è ricercare e fare i conti con la propria coscienza e diviene lo strumento che ci guida nel percorso di riparazione, infatti permette di scaricare energia sottraendola alla sofferenza.
"io ho bisogno che tu mi faccia entrare nel tuo mondo e ...
tu hai bisogno di <<toccare>> i tuoi pensieri, di concretizzarli!
Per questo ti sto proponendo di scrivermi, di fare una sorta di diario
che mi potrai inviare anche tramite posta elettronica,
magari osservando una cadenza costante nel tempo;
io, dal canto mio, mi assumo l'impegno di leggerti
ed, eventualmente, restituirti le parti che
piano, piano ci aiuteranno a fare luce, a comprendere,
oppure che rischierebbero, di affossarci ancora di più
nel baratro del dolore che mi porti"
"ma io non so scrivere, non l'ho mai fatto"
" tutti sanno scrivere, intendo dire che ... tutti noi sappiamo buttare-fermare sulla carta le idee, i pensieri che altrimenti parrebbero inafferrabili. Il nostro obiettivo non è sicuramente quello di fare letteratura, per noi la scrittura è un mezzo, uno strumento, quindi non temere di essere né valutata/o né per come, né per ciò che scriverai. Dobbiamo imparare a ricordare e a fermare i pensieri per poi tentare di comprenderli
"
Il ricordo consente alla memoria un cammino a ritroso, una spola fra le dimensioni del tempo. Ricordare stimola la correzione di un evento doloroso, che recuperato lentamente attraverso la parola e la frase, si libera del suo silenzio interiore. La memoria scende così nella parte più oscura dell’anima, nell’inconscio, nella dimensione in cui la speranza e il futuro si oscurano
“Affinché il pensiero divenga distinto,
è necessario che si sparpagli in parole;
non ci accorgiamo bene di ciò che abbiamo nello spirito
finché non prendiamo un foglio di carta
e allineiamo uno accanto all’altro i termini che prima si compenetravano”.
(Henri Bergson)
La scrittura rappresenta un ottimo ausilio alla psicoterapia in quanto di per sé modalità di difesa efficacissima, strumento atto ad elaborare e a neutralizzare l'affetto, come sfogo e controllo del dolore, dell'angoscia, della paura, del senso di colpa e comunque di tutte le emozioni che inondano e che paiono inquinare, deturpare il quotidiano.
La concettualizzazione e la verbalizzazione mediano il pensiero e la parola, costituiscono un processo di incanalamento, nonché di imbrigliamento, della tensione psichica, rappresentando così una prima forma di elaborazione psichica e quindi di attenuazione, di modulazione della tensione originaria.
Tutti noi abbiamo bisogno di elaborare, quindi di circoscrivere, determinare e comprendere ciò che riteniamo tensioni che in altro modo rischierebbero di inondarci creando disagio.
Come sosteneva Leopardi, la parola parrebbe possedere una speciale funzione catalizzatrice, essendo essa insieme veicolo ed espressione di quel processo di elaborazione psichica che consiste in prima istanza nel dare stabilità e consistenza a ciò che passa per la mente.
 
"un'idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita e mal nota a noi medesimi che l'abbiamo concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta, perché la parola è quasi il corpo dell'idea la più astratta. Ella è infatti cosa materiale, e l'idea legata e immedesimata nella parola, è quasi materializzata"
G. Leopardi
Lo scrivere è come la proiezione del nostro corpo all'esterno, come parte di noi che si allunga su di un foglio... sul muro, sulla pietra... e lascia quei segni che sono traccia e testimonianza della nostra fisicità.
Appare chiaro, pur nella sua drammaticità, il valore degli scritti sul muro nelle carceri o nei vecchi manicomi in cui è evidente la necessità di urlare silenziosamente, ma profondamente ... protesta, dolore, rabbia, impotenza, follia ... come l'appagamento del bisogno di esprimere, di oggettivare qualcosa di interiore, elementare, profondo ... primitivo, archetipico.
Scrivere rappresenta il movimento incessante del nostro pensiero che si concretizza, riesce a dare forma a ciò che pare tante volte impossibile da comunicare verbalmente... per pudore ? per inabilità ? per impossibilità oggettiva ? non si butta fuori ciò che fermenta all'interno, ciò che cresce e inonda sino a ridurre lo spazio psichico individuale sostituendolo con una colata di sofferenza, di emozioni devastanti.
Le parole, le frasi prendono vita al di là del rispetto della sintassi e dell'ortografia, perché non è il virtuosismo che andiamo cercando, bensì quel canale del quale solo noi possediamo l'accesso; quel canale psichico nel quale svuotare la nostra sofferenza. La scrittura crea argini alti e potenti, capaci di contenere, ma al contempo lasciar scorrere ciò che pareva incistato, inglobato, accumulato, ciò che pesava e che pareva inamovibile dentro il nostro mondo psichico.
 
“Scrivere è la tana che mi porto sempre dietro.
Quando mi immagino dentro una situazione o in un posto di disagio,
o in preda a una crisi di panico,
penso che però potrei sempre tirar fuori il mio quaderno di appunti
e rintanarmi nell’altro mondo,  e là starei bene”
Milena Agus
La scrittura rappresenta una modalità atta a meglio interpretare la realtà, in quanto “parola scritta”, resa reale, ferma, ripetibile a distanza di tempo, contrariamente alla parola orale che è immediata, ma a volte scivola senza lasciare traccia. Permette di costruire significati, di costruire mondi possibili ed alternativi nei quali ricominciare ad esistere e ad agire.
Noi terapeuti proviamo ad insegnare a prendersi cura di sé, ad occuparsi di sé ed, avvalendomi dell'osservazione clinica, credo di potere asserire che l'utilizzo della scrittura rientri dappieno in questo progetto attraverso un percorso che porta verso la propria interiorità e la propria storia, dando forma a una vera e propria “cultura di sé” fatta di introspezione, di ricerca di quell'intimità che conduce verso l'esplorazione del nostro spazio del silenzio.
 
 
Uno spazio nostro che, nel tempo e nel raccoglimento, nell’attenzione e nella concentrazione, crea un luogo interiore di silenzio e di ascolto lontano dai ritmi incalzanti e spersonalizzanti della vita quotidiana. Un tempo per sé ritrovato scrivendo di sé, che diventa il tempo dell’incontro con sé stessi, lo spazio entro cui costruire la propria soggettività e la direzione del proprio progetto di vita. Accingersi a raccontare la propria vita diventa, dunque, un modo per rispondere alla necessità di trovare non un significato, ma il senso della propria esistenza. Ripensare la propria storia, ripercorrendola nelle sue tappe più significative, ricercare un senso di continuità e coerenza dentro il proprio percorso evolutivo, costruire un progetto di sé e per sé attraverso un processo che è certamente riflessivo e cognitivo, ma soprattutto emotivo, rappresenta un vero e proprio spazio per sé che diventa cura di sé.
La scrittura ci permette di esprimere la nostra parte più vera che irrompendo sul “foglio bianco” dà forma e sostanza ai ricordi e ai pensieri fatti di vissuti ed emozioni. I vissuti più intimi e talvolta inconsci trovano una possibilità, libera e liberatoria lasciandoci sperimentare il piacere di parlarci e di ascoltarci, di riallacciare i rapporti con noi stessi; ciò che viene recuperato viene interpretato in funzione del presente ed è così che il passato, sebbene carico di sofferenza, acquisisce il ruolo che gli spetta, ossia di "trasportatore" verso la sola destinazione tangibile: il presente.
Il pedagogista Duccio Demetrio scrive che il lavoro educativo si dovrebbe prefiggere di contribuire al restauro di una storia ferita, offesa, negata. L'auto-osservazione e l'auto-consapevolezza rappresentano, in effetti, due ottimi strumenti per aiutarci nella ricerca di una verità che sia la più vicina alla nostra. La scrittura ci permette di costruire un'immagine di noi stessi che col tempo può aiutarci a trovare un compromesso con la nostra problematica, ci permette di ricavarci uno spazio entro il quale possiamo vivere il nostro tempo, ritrovandoci quindi nel presente in proiezione futura.
Una sofferenza la si guarisce solamente a patto di sperimentarla pienamente per poterla accettare: fuga, negazione, oblio rappresentano intralci al percorso elaborativo. Il ricordo e, ancora meglio, la scrittura della memoria, può permettere il recupero e il superamento del dolore in quanto rappresenta un tentativo orientato ad osservare oltre il proprio dolore, guardandolo in faccia ed attraversandolo con l'ausilio della comprensione .
“Perché ci sono cose che non riusciamo a dimenticare. Non si dimenticano eventi, o relazioni, o fatti per il troppo dolore, dove si realizza quella dimensione del passato che non passa, che è quindi un presente che incombe, gela, lega, imprigiona, che, in altre parole, impedisce il futuro. E’ una patologia, non più una memoria: una fissità che ci fa essere sempre là e allora, in un passato in cui resta impresso il dolore patito che lascia traccia nella mente e nel corpo e dove l’unico, autentico modo per dimenticare consiste nel prendere distacco. Un distacco che non significa cancellare il passato, ma trattenerlo senza che incomba, senza che sia un peso, un gravame, senza che stia in noi come un presente indelebile. Saper dimenticare, vuol dire far vivere il passato come qualcosa di cui siamo fatti, ma da cui ci dobbiamo in un certo qual modo congedare, per avanzare”
(Salvatore Natoli)
La scrittura all'interno della relazione psicoterapica viene strutturata. Ci si avvale di modalità concordate sia per quanto riguarda la frequenza degli invii, sia per quanto riguarda il feed back da parte del terapeuta; feed back destinato a rinforzare, accompagnare e a volte “abbandonare” lungo il percorso della rimessa a punto dei pensieri, dei ricordi e di quanto emerge momento per momento dalla “penna” ... dalla mente...
Per quanto mi concerne, nella pratica clinica io tendo ad abbinarla alla clinical empowerment therapy “vis a vis” sia nel setting individuale che di gruppo. Nelle fasi iniziali i Pazienti tendono a definire “compito a casa” questo impegno, poi col tempo comprendono quanto li ponga al centro della loro storia, quanto li riguardi personalmente, quanto sollievo ne derivi ed allora dal compito si passa allo scambio vero e proprio; uno scambio cooperativo e controllato da portare avanti tra un incontro terapeutico e l'altro. Oltre alla restituzione via mail o comunque per iscritto (non sempre è possibile utilizzare la posta elettronica, anche se sta divenendo, giorno dopo giorno, sempre più strumento di interrelazione, anche terapeutica) il lavoro scritto viene affinato e discusso all'interno delle sedute condotte in studio. Gli effetti benefici di questo tipo di approccio sono da considerarsi davvero importanti.
Il percorso terapeutico si snellisce, si assiste ad un rinforzo dell'individuo piuttosto determinante concretamente sostenuto dalla piena consapevolezza di potere e di essere in grado di guardare in faccia i propri pensieri, fermandoli, oggettualizzandoli e possedendoli. Nel momento in cui la capacità di esprimersi emerge prende avvio la comunicazione che, seppur diretta verso l'altro, acquisisce una valenza ancora più importante in quanto è la consapevolezza di ciò che si prova in prima persona. Inoltre migliora nettamente la capacità di espressione e conseguentemente le modalità di vivere il ruolo sociale e la comunicazione interpersonale.
La narrazione spontanea o stimolata, mai forzata, ci posiziona in un ruolo che ci vede attori protagonisti della nostra stessa storia e rende concreto il vissuto di partecipazione così importante nella conquista del rapporto col sociale, anche e soprattutto se interiorizzato. Assodato il fatto che dinanzi agli eventi critici la narrazione della nostra vita rischia il disordine e che la scrittura può aiutare a ridare un senso, a riorganizzare ciò che appare inondarci o comunque ferirci, di una cosa possiamo essere certi: scrivere fa bene e non presenta effetti collaterali!
 
note bibliografiche: