Diritti Umani: la vita degli ex condannati a morte - Marco Cinque

A MORTE
di Marco Cinque

 
22 agosto '13
Risultano essere 140 i condannati a morte, successivamente riconosciuti innocenti negli Stati Uniti dal 1976. Sul destino che tocca queste persone, però, poco si sa e si dice: una volta «libere», hanno dovuto fare i conti con matrimoni distrutti, discriminazioni nel mondo del lavoro, sospetti da parte dei vicini di casa. Per non parlare del trauma emotivo che si porteranno dentro per tutto il resto delle loro vite. Molti ex detenuti, infatti, hanno grandi difficoltà persino nel compiere gesti apparentemente semplici come, ad esempio, aprire una porta, perché per decenni c'è stato qualcuno che lo ha fatto per loro.
La cosa paradossale è che gli Stati hanno speso milioni di dollari per far condannare a morte degli innocenti che, una volta liberati, hanno potuto beneficiare del ridicolo rimborso di 200 dollari, che sarebbe la somma prevista per tutti i detenuti al momento del rilascio. Con ciò si afferma il ferale principio che la morte di un essere umano è un notevole business, mentre la vita dello stesso non ha riconosciuti alcun valore e dignità. Ma qualche anno addietro una sentenza del Tribunale di Boston ha condannato l'Fbi a un risarcimento record di 102 milioni di dollari in favore di Peter Limone, un ex condannato a morte assolto dall'accusa di omicidio, dopo aver passato nel braccio ben 33 anni. Se soltanto ai restanti 139 ex condannati venisse data la stessa opportunità, forse la pena capitale sarebbe un affare molto meno conveniente.
Nell’arco di 27 anni, tra il 1976 e il 2013, negli Stati uniti sono state eseguite più di 1200 condanne a morte. Avrebbero subìto lo stesso destino anche le 140 persone che, nello stesso lasso di tempo, si sono salvate (molte per puro caso, altre all’ultimo momento) e delle quali è emersa la più completa innocenza. E 140 persone rilasciate su circa 1200 passate per le mani del boia equivalgono ad un innocente accertato per ogni nove persone giustiziate. Se ad esempio in un ospedale, per ogni nove operazioni chirurgiche se ne sbagliasse una e venisse ucciso il paziente, quel reparto chirurgico verrebbe immediatamente chiuso e aperta un’inchiesta penale. In ogni caso, un dato simile, dovrebbe far inorridire e portare alla chiusura immediata dell’intera istituzione capitale statunitense.


Testimonianze di ex condannati a morte

«Ogni giorno ci sono momenti in cui mi sembra di essere di nuovo in prigione. La mia mente rivede quei momenti. So che sono libero, ma è più forte di me. A volte non riesco a non pensare d'essere ancora in prigione…».
Ronald Keith Williamson

«La prima cosa che farò sarà quella di andare a Virgina Beach. Farò un bagno caldo. Poi mangerò qualcosa. Sarò nervoso. Non sto là fuori da così tanto tempo… Sono ancora arrabbiato con lo Stato della Virginia per quel che mi ha fatto. Ma è ora ch'io metta la rabbia da parte. Devo vivere ogni giorno così come viene, altrimenti impazzisco. Mi hanno rubato 17 anni di vita».
Earl Washington

«Anagraficamente ho 37 anni, ma psicologicamente molto spesso mi sento più vecchio. Però, qualche volta, quando esco, è come se avessi 25 anni. Non ho perduto quei 12 anni, loro me li hanno rubati. Io credo che quando ti viene portato via il tempo in quel modo e poi ritorni nella società, per così dire alla vita normale, automaticamente tendi a pensare agli anni perduti e ritorni all'età che avevi, come se il tempo si fosse fermato».
Rolando Cruz

«Non mi voleva nessuno a lavorare perché ero stato operato al cuore ed ero stato in prigione. Una volta uscito dal carcere volevo le cose che da sempre desideravo. (…) Non volevo 10 o 15 milioni di dollari. Speravo soltanto di avere il necessario per vivere. Ma non ho avuto niente. Spero ancora che qualcuno mi aiuti, spero di riuscire ad avere una casa».
James Richardson

«A volte vorrei andarmene da qui e non tornare più. Molti mi dicono: «al posto tuo io me ne andrei»;ma io rispondo loro: «questa è la mia casa. Io sono innocente». Se me ne andassi la gente penserebbe che sono colpevole. Non vedo perché dovrei lasciare la mia città natale. (…) A volte mi arrabbio, allora inforco la bicicletta e pedalo, qualsiasi cosa pur di non pensare. Non ho mai ricevuto delle scuse. Li vedo -i poliziotti- molto spesso. Li vedo in giro, al negozio della frutta, e mi dicono: «hey Johnny, come va?». Otto persone sono state giustiziate mentre ero nel braccio. Conosci un fratello, ci giochi a palla insieme, vai in chiesa con lui, vi affezionate l'un l'altro, e poi loro gli dicono: «è arrivato il tuo giorno». Il carcere mi ha dato 100 dollari come miglior prigioniero. Non ho mai avuto problemi, né con le guardie, né con altri detenuti o con il direttore. Non ho mai ricevuto un biglietto di punizione. Il direttore disse che si era dimenticato ch'io fossi là...».
Walter McMillian

«Credevo nella pena di morte. Quando sono stato arrestato pensavo che fosse una punizione giusta per chi commette violenze contro i bambini o le donne. Ma oggi non ci credo più. Penso che dopo 12 anni nel braccio della morte, quando esci e sei ancora vivo le cose cambiano. Si libera un innocente dal carcere ma non dalla tomba (...) Nel 2004, quando sono uscito di prigione ho lavorato in un’industria tipografica come addetto alle macchine per la stampa. Quattro anni dopo, sono stato licenziato per via della crisi economica. Così, oggi la mia attività principale è portare la mia testimonianza nelle università, in istituti, associazioni».
Randy Steidl

«E' una cosa che distrugge completamente la vita di una persona. Ogni sassolino, ogni minima parte, ogni granello della tua esistenza viene buttato via. Devi ricominciare tutto daccapo e alcune persone non ce la fanno. Alcune persone non saranno mai più le stesse. Non importa quale sia la verità, la gente comunque non ha fiducia in te. Una volta sono entrato in un supermercato in città e, non appena mi ha visto, una donna ha preso in braccio la sua bambina. La bimba ha detto: «quello è l'uomo che era in tv, mamma». E lei ha afferrato la bambina dicendole: «non avvicinarti a lui». Ho lasciato lì tutto e me ne sono andato… Non finisce mai. Mai. Mai. Non finirà mai!».
Kirk Noble Bloodsworth

«La guardia mi ha chiesto: ancora qui? Io gli ho risposto: adesso aspetti tu. Sono stato in trance per un'ora, non avevo più fretta. Ero entrato in galera a 18 anni, ne uscivo a 31. Prosciolto dall'accusa di omicidio, dopo 4 processi (...) Riabituarsi è dura. La benzina costava 30 centesimi, la ritrovo a un dollaro. Le macchine vanno più veloci, tutto corre, non sono abituato alle tastiere del computer, al cellulare. Sembra una stupidata, ma mi ritrovo incapace, quasi invalido. Mi allaccio le scarpe e mi viene voglia di piangere. Per la speranza rubata. Che io ho riavuto, ma altri no. Per la sofferenza di quelli che non hanno evitato il boia. La sento mia, fino in fondo. È un veleno che non riesci a eliminare, è come essere seppelliti e poi togliersi via la terra. Non ce la fai del tutto, ti resta sempre qualche granello. La pena di morte puzza, inquina la libertà, per questo va eliminata».
Shujaa Graham.

 
di Marco Cinque
 
Voci umane dai bracci della morte degli Stati Uniti
Percorso saggistico, testimonianze e poesie di condannati e condannate a morte negli Usa, poesie di autori e autrici nazionali e internazionali, corrispondenze epistolari delle scuole italiane. Un'antologia aggiornata con la selezione dei migliori contenuti di 3 differenti volumi: 'Giustizia da morire', 'Pena di morte? No grazie' e 'Poeti da morire'. Con prefazione di Margherita Hack e illustrazioni di Vauro, Fernando Eros Caro e Dominique Green.
 
 
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