Sal & Inf: Le persone che amano la vita invecchiano meglio

a cura di Luisa Barbieri
22 gennaio '14
 
Il 20 gennaio '14 il Canadian Medical Association Journal (CMAJ) ha pubblicato un interessante studio condotto dai ricercatori della University College London (UCL) che hanno valutato su un grande campione di individui (3199 tra uomini e donne di età superiore ai 60 anni) quanto e come il piacere di vivere influisca sulla qualità della vita stessa.
Sono stati comparati individui che, conseguentemente al loro vissuto, affrontano la quotidianità in modo vitale e gioioso tanto da mantenere una buona funzionalità fisica associata a capacità relazionali adeguate ad una migliore qualità di vita, rispetto a coloro che, pur appartenendo alla stessa fascia di età, si lasciano vivere e paiono interagire poco e male con l'ambiente, così come con le altre persone e, non ultimo, nell'importante relazione con loro stessi.
 
I partecipanti allo studio, che ha esaminato il legame tra il vissuto positivo e il benessere fisico, vivono in Inghilterra e sono stati suddivisi in 3 categorie di età (60-69, 70-79, oltre gli 80 anni) e monitorati per 8 anni facendo particolare attenzione: 
al piacere ricavato ed espresso per ciò che fanno;
alla loro facilità-capacità di relazionarsi con gli altri godendo o meno della loro compagnia;
a come pensano al loro passato
e allo stato di soddisfazione derivante dallo sguardo sul presente.
Il monitoraggio prevedeva incontri individuali che valutavano eventuali impedimenti o rallentamenti nello svolgimento delle quotidiane attività, specie in riferimento al prendersi cura di loro stessi; in contemporanea è stata attentamente valutata la deambulazione e tutte le attività correlate alle capacità motorie.
 
Secondo il dott. Andrew Steptoe dell'UCL lo studio dimostra che le persone anziane capaci di godersi la vita e di essere felici mostrano un decadimento psico-fisico rallentato nel corso del fisiologico invecchiamento rispetto a coloro che della vita hanno una visione più oscura.
Nella fascia di età che comprende soggetti dai 60 ai 69 anni si sono evidenziati in maniera netta livelli più elevati di benessere in sintonia con un miglior status socio-economico e culturale, nonché con la condizione di convivenza e di proseguimento dell'attività lavorativa.
Non ha sorpreso il fatto che le persone affette da malattie croniche, come diabete, cardiopatie, esiti di ictus, artrosi, depressione, presentassero maggiori difficoltà di adattamento all'invecchiamento con la diretta conseguenza di peggiorare la qualità di vita, al di là dell'oggettiva difficoltà secondaria alla malattia in corso.
 
Amare la vita e vivere di conseguenza è di per sé un antidoto all'invecchiamento e alle problematiche connesse, in quanto la maggiore reattività e la migliore interpretazione di ciò che accade, anche se invalidante, permette alla mente e al corpo di difendersi e di rispondere meglio sentendosi parte del ciclo naturale della vita.
Partendo dall'osservazione di quanto il vissuto favorisca un buon invecchiamento, non può essere sottostimato, in quanto strettamente correlato alle future disabilità degli individui, quindi ai possibili benefici per la società tutta, sinanche i sistemi sanitari.

 

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