Sal & Inf: antidepressivi verso Alzheimer - Luisa Barbieri

a cura di Luisa Barbieri
26 maggio '14
 
Uno studio pubblicato online il 14 maggio us sulla rivista Science Translational Medicine dichiara di avere scoperto che l'inibitore della ricaptazione della serotonina comune (SSRI), il citalopram, pare arrestare la crescita dell'ingrediente principale delle placche cerebrali che caratterizzano la malattia di Alzheimer.
L'Alzheimer è una malattia degenerativa cerebrale molto temuta, della quale si parla molto, ma ancora in maniera non esaustiva; la ricerca scientifica da anni si adopera per riuscire a comprendere e la/le cause e le possibilità di interventi terapeutici.
L'Alzheimer Rappresenta la forma più comune di demenza degenerativa invalidante, con esordio prevalentemente in età presenile, dovuta alla diffusa distruzione di neuroni attribuita ad una proteina chiamata Beta amiloide che si deposita tra i neuroni, come fosse un collante, ed ingloba placche e grovigli "neurofibrillari". La malattia è accompagnata da una forte diminuzione di acetilcolina nel cervello, il ché, essendo quest'ultima un neurotrasmettitore, quindi un elemento fondamentale per la comunicazione interneuronale, determina immediate difficoltà della memoria, nonché di numerose altre facoltà intellettive. Le modificazioni cerebrali incidono sulla possibilità per il neurone di trasmettere gli impulsi nervosi, ne consegue l'atrofia progressiva del cervello nel suo complesso.
 

Lo studio, svoltosi presso la Washington University School of Medicine in St. Louis e la University of Pennsylvania, ha testato l'effetto degli antidepressivi sul liquido interstiziale del cervello dei topi e nel liquido cerebrospinale umano.
L'osservazione ha portato i ricercatori ad asserire che l'effetto del citalopram (antidepressivo di ultima generazione della famiglia degli antidepressivi non triciclici SSRI - selective serotonin reuptake inhibitors) incide significativamente sulla formazione delle placche degenerative strettamente legate ai problemi di memoria e agli altri disturbi cognitivi tipici dell'Alzheimer.
 

Il citalopram blocca lo sviluppo delle placche nel cervello dei topi, e nei giovani adulti cognitivamente sani; una dose singola di antidepressivo abbassa del 37% la produzione di beta amiloide, ingrediente primario delle placche.
Anche se i risultati sono incoraggianti, gli scienziati avvertono che sarebbe prematuro consigliare l'assunzione di antidepressivi per rallentare lo sviluppo della malattia di Alzheimer, in quanto, come dice uno degli autori, John Cirrito: “gli antidepressivi sono generalmente ben tollerati, ma possono determinare l'insorgere di effetti collaterali, quindi sino a ché non si dimostri definitivamente che possono rallentare o bloccare la malattia negli esseri umani, bisogna agire con cautela. Il lavoro da fare è ancora tanto.
Precedenti ricerche di Cirrito avevano dimostrato che la serotonina (conosciuta come "ormone del buonumore", neurotrasmettitore sintetizzato nel cervello e in altri tessuti che interviene in numerose e importanti funzioni biologiche) riduce la produzione di beta-amiloide.
Anche altri studiosi, come Yvette Sheline, (MD, professor of Psychiatry, Radiology and Neurology and director of the Center for Neuromodulation in Depression and Stress, at Penn’s Perelman School of Medicine), ha collegato il trattamento con antidepressivi a ridotti livelli di placca in soggetti cognitivamente sani conducendo uno studio retrospettivo che contemplasse la correlazione tra il tempo di utilizzo degli anti-depressivi e la quantità di amiloide rilevata con la PET (Positron Emission Tomography) nel cervello di individui anziani volontari.
La maggior parte dei farmaci antidepressivi mantiene elevati i livelli di serotonina che circola nel cervello, questa considerazione ha indotto i ricercatori a chiedersi se i farmaci implicati nella sua ricaptazione potessero bloccare l'aumento dei livelli di beta amiloide e rallentare la progressione del morbo di Alzheimer.
Nel 2011 venne condotto uno studio su giovani topi nei quali era stato geneticamente modificato lo sviluppo cerebrale sino a sviluppare la malattia di Alzheimer e il risultato che si ottenne volse verso la funzione anti-amiloide svolta dai farmaci antidepressivi con una percentuale del 25% in meno di produzione della proteina nell'arco di 24 ore.
Nel corso dello studio cui stiamo facendo riferimento i ricercatori hanno somministrato il citalopram a topi anziani con placche cerebrali e attraverso l'utilizzo della microscopia a due fotoni, che offre la possibilità di visualizzare sia gli aspetti morfologici che quelli funzionali della fisiologia del tessuto cerebrale, in condizioni sia sane che patologiche, è stata monitorata la crescita delle placche per un tempo di 28 giorni: l'utilizzo dell'antidepressivo ha bloccato la crescita delle placche esistenti e ha ridotto la formazione di nuove placche in una percentuale del 78%.
In una seconda fase della sperimentazione è stato somministrato citalopram in singola dose a 23 persone di età compresa tra i 18 e i 50 anni non compromessi dal punto di vista cognitivo, né depressi. Al prelievo di campioni di liquido spinale nel corso delle 24 ore successive si è vista una riduzione della produzione di beta amiloide in ragione del 37%.
La ricerca deve senz'altro proseguire a cercare di capire come la serotonina influenzi la produzione di beta amiloide nei topi.
Rimane in programma, come sostiene il prof. Sheline, lo studio del liquido spinale di adulti più anziani sottoposti a trattamento antidepressivo a valutare l'effettivo calo della proteina beta amiloide.
É sicuramente affascinante, oltre che importantissimo per la salute pubblica, riuscire a dare risposte che possano aprire uno spiraglio di speranza volto all'approccio di una malattia temuta e diffusissima che sino ad ora è parsa oltre le competenze scientifiche umane, ma occorre non scivolare nella facile illusione rischiando di apportare solo danni alla collettività, oltre che ai singoli individui e alle loro famiglie.
É bene, come suggeriscono gli scienziati, fermarsi alla constatazione che la scienza medica sta sicuramente sviluppando una maggiore comprensione delle funzionalità dei farmaci SSRI e che tali sforzi sembrano offrire una promessa per il futuro a livello preventivo, ma rimane fermo il fatto che i complessi meccanismi del cervello che innescano l'Alzheimer e la demenza sono ancora da scoprire.
 
Note di approfondimento: