Sal & Inf: alla ricerca del "lui" ideale

di Luisa Barbieri
25 giugno '14
 
Mi chiamo Dora, ho 39 anni, sono una giovane imprenditrice e mi sono rivolta alla dottoressa perché, malgrado le soddisfazioni che il lavoro mi procura, il buon tenore di vita che mi permette di mantenere dandomi la possibilità di concedermi parecchi lussi, sono profondamente insoddisfatta, infelice, tanto da rischiare di ledere le relazioni in ambito lavorativo.
Sono diventata scorbutica, pretenziosa, ho il viso perennemente corrucciato e non manco di aggressività anche se so benissimo che questo atteggiamento non mi aiuta a migliorare lo stato delle cose.

 

Mi manca l'amore, malgrado non sia più una ragazzina e di storie ne abbia consumate tante … non riesco proprio a trovare l'uomo della vita, colui che mi potrebbe rendere felice completando il cerchio magico nel quale potermi tuffare vivendo finalmente al cento per cento.

 

Le occasioni per conoscere gente non mi mancano, ma in un modo o nell'altro... anche quando mi si accende l'interesse nei confronti di qualcuno … anche quando tento di lasciarmi andare in una relazione amorosa … sento che c'è sempre qualcosa che mi trattiene.
Vengo travolta da una ridda di emozioni che non so come gestire, la mia quotidianità entra in una sorta di vortice senza fine il cui asse di propagazione è rappresentato da colui che io vivo come oggetto d'amore e... soffro, inesorabilmente … soffro.
 
Mi sto domandando se davvero voglio amare qualcuno ? Se credo di meritarlo o semplicemente se ne sono capace …
il sogno della famiglia stereotipata è lì che frulla nella mia testa, come fosse realtà, anche se mi rendo conto razionalmente che … non esiste, se non nell'immaginario omologante funzionale al sistema comunità nel quale vivo.
 
Sono certa che la mia infelicità si dissolverebbe come neve al sole proprio nel momento nel quale quel “Lui” speciale entrasse nella mia vita, proprio come se da lui dipendessero le mie percezioni, come se lui potesse trasformare il mio mondo... o per dire meglio: ciò che non mi piace del mio mondo. Non mi è mai sfiorata l'idea che in realtà quel Lui non potesse rappresentare la pennellata a completare il mio disegno.
Ogni Lui o Lei sono dei mondi che possono incontrarsi, interagire, arricchirsi o impoverirsi … anche completarsi per alcuni aspetti, ma rimangono mondi distinti come gli alberi di un bosco … l'uno accanto all'altro, le radici possono toccarsi, sinanche aggrovigliarsi, ma rimangono distinti e a volte distanti... seppure le loro ombre possano sovrapporsi creando uno spazio comune, rimangono ombre separate.
 
Tutti noi... chi più, chi meno, cresciamo facendoci cullare da storie che diventano credenze per poi trasformarsi in pregiudizi che, in quanto tali, ci distorcono la visione e la percezione spingendoci verso un mondo che ci appartiene sino ad un certo punto, anzi...a volte proprio non ci appartiene.
Crediamo … però … che quello sia il modo di essere, senza alternative … ed è così che la vita ci incontra: rannicchiati in un angolo a piangere, stanchi di rincorrere il “bianconiglio” che crediamo ci conduca verso la porta della felicità.
 
In realtà mi sto rendendo conto che questo sentimento non è un credito che possiamo vantare dalla vita, non è un innamorato che ci deve gioia, serenità, felicità...
sono io a dovere a me stessa la scelta di nutrire quello stato d'animo, nessuno può sostituirmi.
La mia felicità o la mia sofferenza sono create da me, solo da me, dal mio vissuto. Gli altri non hanno altro ruolo che quello di interagire col mio mondo, sono io a farli entrare e a farli agire.
Ciò che credo di me è ciò che proietto sugli altri.
Forse dovrei domandarmi se davvero voglio essere amata … per ciò che sono
Sono io che devo staccarmi dai condizionamenti
Sono io a decodificare ciò che gli altri fanno o dicono e posso farlo nel rispetto di me stessa, oppure calandomi del ruolo di chi non merita amore, perché “non abbastanza” … attraente, intelligente, capace seguendo gli schemi che ho introiettato nel corso della vita.
Forse devo cambiare punto di vista, forse devo accettarmi al di là dei modelli che sento come imposti dal mio gruppo di appartenenza.
Forse devo chiedermi se sono disposta ad accettare l'altro senza titubanze, senza pretenderlo diverso e più compatibile all'immagine che ho costruito dentro di me del mio oggetto d'amore, tanto illusorio quanto mortificante.
 
Tempo fa mi è capitato di leggere un articolo che suggerisce come costruire la propria felicità, così come, al contrario, la propria infelicità e, leggendolo, mi ci sono ritrovata, soprattutto quando evidenzia un tratto che non avevo mai considerato: la consapevolezza del potere del mio immaginario.
Sin da piccola ho sempre creduto che le mie emozioni dipendessero dagli altri e ho vissuto di conseguenza, ma mi sto rendendo conto che è una falsa credenza che, però, tende ad inquinare ogni relazione nella quale mi imbatto. La verità è che posso essere solo io a rendermi felice... non so ancora in che modo, ma ora so che tendo a deresponsabilizzarmi puntando il dito verso l'esterno e non mi concedo alcuna gioia che, invece, potrebbe nascere da me.
Nel corso degli anni mi sono abituata a vivere l'emotività in maniera condizionata, tanto da perdere di vista il mio campo emotivo facendolo fluttuare in un magma di sentimenti spesso incomprensibili dalla mia più profonda sfera intima, lascio vuoto il mio spazio del silenzio e di tanto in tanto... vi butto qualche stralcio di gioia, di tristezza raccolto per strada senza possederlo... così credo di riempire me stessa, ma, al contrario … continuo a scavare un buco nero senza fondo dentro il mio cuore e creo la mia infelicità.
Non è facile distaccarsi da questo modello, mi appartiene... io credo di essere proprio così!
Credo che gli altri mi vivano solo così!
 
Devo sperimentarmi nell'acquisizione della responsabilità di me stessa.
Devo ascoltarmi, e rispettare i miei bisogni, anche se apparentemente in contrasto con ciò che ho sempre ritenuto inossidabile.
Devo smetterla di sentirmi in colpa per non essere chi non sono o chi credo di dover essere; devo smetterla di cercare ciò che di me non va... sempre secondo schema.
 
Se riuscissi a vivere l'altro come “altro” da me, se accogliendo la mia responsabilità riuscissi a vedere ed accettare quella dell'altro con le sue diversità, le sue particolarità, così importanti in un rapporto di coppia... capirei che vivere una relazione amorosa non è “un colpo di fortuna” o una “magia”, ma una fase di crescita individuale e di coppia. Capirei che ad amare si impara, che al di là dell'obnubilamento dell'innamoramento, esiste uno spazio senza confini che si chiama Amore … uno spazio nel quale ci si deve avventurare con la consapevolezza di se stessi, il rispetto del proprio spazio interiore e la curiosità accesa dalle differenze.
Se rimango preda della paura di rimanere sola è inevitabile che tenda a modificare il mio comportamento, persino il corso dei miei pensieri, al fine di ottenere l'attenzione di quel Lui che ho destinato ad oggetto d'amore. Devo superare la paura di essere giudicata malamente tanto da essere rifiutata perché inevitabilmente perderei la mia autenticità e mi inabisserei nel vuoto.
Io devo dismettere la maschera che porto da troppo tempo, è giunto il tempo di mostrare il mio vero volto, in primo luogo a me stessa … senza giudizi e ancor meno aspettative.