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Assoc. Medica Disturbi di Relazione

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“LA MIA AFRICA”
a cura di una Cicamica

 È già passato più di un anno da quando sono rientrata dal mio viaggio in Burundi ma porto ancora in me il cambiamento che da là è partito e che credo mi accompagnerà per sempre, perché è divenuto un modo di essere. In questo lungo periodo non sono mai riuscita a scrivere cosa è successo in quella terra lontana e, nonostante provassi a dare spiegazioni a tutti coloro che avevano visto in me il cambiamento, temo di non essere mai riuscita a farmi capire, e forse io stessa lo sto comprendendo a distanza di tempo.
Sono partita con tanta paura di non trovare la giusta via di comunicazione con la gente, di non essere adeguata, di non riuscire a dare senza la giusta umiltà, di apparire come la donna bianca che scendeva dall'alto della civiltà per elargire compassione e consigli. Sono partita anche con la speranza di poter trovare in Africa quello che non riuscivo a trovare qui in Italia; l'unica cosa di cui ero certa è che avevo più bisogno io di quel viaggio che quella gente della mia presenza: cosa avrei potuto fare in sole tre settimane anche armata di tutta la mia buona volontà? Non sapevo neppure se sarei stata in grado di dare il via al mio piccolo progetto agricolo per il quale ero partita e forse anche se ci fossi riuscita non ne avrei mai visto i frutti.
Ma dovevo partire perché ormai avevo deciso di dare la svolta ad una vita che rischiava di perdere ogni giorno di sapore e di colore. Così quando i miei compagni di viaggio, che erano già stati in Burundi, mi hanno portato la loro testimonianza, non ho esitato un secondo a decidere di andare con loro. Affrontare questa avventura non mi faceva più paura, ma mi dava forza e coraggio: che l'Africa cominciasse a fare il suo effetto ancora prima della partenza?
Sicuramente sì, ma il resto è successo laggiù: appena sono arrivata a Mivo la povertà e la malattia erano così tangibili, e la cosa più difficile è stata alloggiare all'interno delle mura dell'ospedale in camere occidentali, mangiare tre volte al giorno, potersi lavare, e vedere al di là di quel muro coloro che non potevano fare tutto questo. Il mio stomaco si è chiuso quasi completamente e i primi giorni ho
fatto fatica a mangiare, poi piano piano ho cominciato ma facendo molta attenzione al primo segnale di sazietà: non potevo permettermi di ingurgitare qualcosa di più del necessario alla mia sopravvivenza, visto che comunque, quello che io mangiavo in un giorno, i bambini che mi correvano incontro forse non lo vedevano neanche in un mese. Anche l'acqua, opportunamente bollita e filtrata, era buonissima a dispetto dei nostri bellissimi carrelli stracolmi di pesantissime bottiglie; pesantissime, ma non abbastanza, o, perlomeno, non quanto quelle taniche che i bambini e le donne portano per chilometri sopra la testa in salita e in discesa, con il sole e con il fango per cucinare, bere e lavarsi, se ne rimane a sufficienza.
Proprio la scarsa igiene, i piedi scalzi e la vita promiscua con gli animali domestici favorivano la diffusione delle Tunga, pulci penetranti che si incistano sotto la pelle e le unghie soprattutto dei piedi; così una volta la settimana insieme ad altri volontari presenti in paese si provvedeva ad asportarle con banalissime spille da balia. In una di quelle occasioni ho conosciuto Chantal, una bambina bellissima, come tante altre, ma con un coraggio e una dignità disarmante, che mi fissava con quegli occhi immensi, senza batter ciglio, mentre affondavo l'ago nei suoi minuscoli piedini. Quegli occhi sono ancora dentro di me, mi guardano, mi ammoniscono, ma soprattutto mi sorridono, come quel giorno in cui si è accorta che non l'avrei più torturata ma ero lì solo per cambiargli le fasciature.
Più passavano i giorni più gioivo insieme a loro per un saluto gentile, per un calcio ad un pallone di carta, per una corsa a perdifiato, per una foto scattata insieme…ero piena dei sorrisi della gente e di quella pace che ci scambiavamo ad ogni incontro.
Purtroppo ho vissuto anche momenti di rabbia e di impotenza, quando ho visto una donna che non veniva curata perché aveva un debito con il dispensario di quattromila franchi burundesi (circa due euro), un malato terminale con dolori atroci essere spedito senza medicine all'ospedale operativo più vicino (otto chilometri a piedi); quando non potevo portare le medicine (che avevamo con tanta dedizione suddiviso e catalogato) al dispensario, dove ne avevano bisogno, quando i papà vendevano le ciabattine che regalavo ai bambini per ubriacarsi con la birra di banana, quando ho visto scarpe di tela nuove donate dai bazunghi (uomini bianchi) rosicchiate dai topi, quando tutto il nostro “buonismo” continuava a fare dei danni in un paese che aveva già sofferto così tanto.
Eppure per loro eravamo i “fortunati”, perché avevamo vestiti, cibo, macchina fotografica, medicine, sapone, luce, e un fuoristrada per raggiungere la città più vicina. Addirittura volevano imparare l'italiano e la dottoressa che era con me ha impiegato una mattina intera a spiegare loro in francese che l'italiano non serve in nessun posto del mondo, che dovevano smettere di credere di essere inferiori ai bianchi solo perché non avevano quello che avevamo noi.
Ricordo quella mattina come uno dei momenti più belli di tutto il viaggio: avevo appena fatto la doccia e ancora con l'asciugamano in testa e circondata dai bambini che mi guardavano e mi sorridevano, cercavo un modo per comunicare con loro. Presi il catino, lo vuotai e cominciai a batterci sopra le mani; poco dopo due pentole, quattro cucchiai, due coperchi, una grattugia e un cilindro pieno di sassi avevano formato una bellissima orchestra di percussioni.
Lasciare Mivo e la sua gente è stato molto difficile e doloroso, e nel cuore spero un giorno di poter ritornare, anche se non so se sarà possibile. Ma ancor più difficile e doloroso è stato il rientro in Italia, l'impatto con la “civiltà”, entrare nel primo Autogrill vicino Roma, che appariva ai miei occhi solo come l'apoteosi dell'inutile. Ho vissuto una fase di riadattamento che è durata diversi mesi in cui lottavo ogni giorno contro i miei sensi di colpa e in cui desideravo solo di ripartire. Riflettendo, analizzando i miei sentimenti, confrontandomi con persone che hanno fatto dell'Africa una parte fondamentale della loro vita, mi sono resa conto che adesso devo restare perché il lavoro più importante per aiutare quella gente è da fare qui in Italia nel nostro distorto benessere. Io faccio parte di questo mondo e devo trovare qui il modo migliore di vivere e gestire al meglio la fortuna che mi è stata data, ma anche il modo di comprendere ogni giorno che questa fortuna è nei rapporti sinceri con la famiglia e con gli amici e non in altro.
Capite adesso cos'è successo? Certamente non è possibile esprimere a parole tutte le evoluzioni interiori, che si scatenano da un'esperienza di questo tipo, ma credo in parte di essere riuscita a fare più chiarezza in me e in coloro che mi hanno ricoperto di domande in merito.
Mi avevano detto che l'Africa ti cattura dentro, che non puoi dimenticartela, che ti ammali di mal d'Africa ma non mi avevano detto che da là si poteva rinascere e che potevi cominciare a vedere te stessa e tutto ciò che ti circonda con occhi diversi, a volte più severi, ma spesso più permissivi. Dall'Africa è dunque partita la mia rinascita e credo che da là debba partire anche quella dell'Africa stessa, che, a mio avviso, non ha bisogno dell'aiuto del primo mondo, se non per il fatto che solo un nostro comportamento più responsabile e consapevole può consentire la redistribuzione equa delle ricchezze del mondo.
Questo messaggio e questo cambiamento sono stati così fondamentali per me che ho deciso di tramutarli nel segno indelebile che ora porto addosso, e che mi ricorderà in ogni momento difficile che al di là delle nuvole c'è sempre il sole che ti aspetta.
Cinzia Ferrari
 

 
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